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FIORELLA AVALLE NEMOLIS - Attendo la visita dell'amico Francesco Marchino ed eccolo apparire in cima alla scala che porta al piano superiore di casa mia.
Il suo passo è felpato e discreto, come la sua persona. Sul volto pallido di chi abita troppi pensieri, si apre un sorriso luminoso, un pensiero gentile rivolto a me che lo accolgo. Da subito, percepisco in Francesco una sensibilità che sfiora le cose, un garbo d'altri tempi, quasi un inchino dell'anima prima ancora del corpo.
Si sfila la giacca, che rilascia una sferzata di freddo portata con sé da Pocapaglia, il bellissimo paese in provincia di Cuneo dove Francesco affonda le sue radici fin dal 1974, l'anno in cui è nato.
Porta con sé il libro "Trova la tua Pocapaglia", la sua raccolta di scritti e poesie che narrano del trasporto per il suo paese: una mappa preziosa per ritrovare le emozioni vissute in quella bolla di tempo magico, mai dimenticata.
Francesco, come definisci il tuo stile di scrittura?
"Scrivo senza punteggiatura e senza lettere maiuscole, perché la vita non concede pause e le lettere diventano medicine tutte di uguale importanza".
Qual'è il tuo mantra?
"La semplicità è la mia meta. Mi piace scrivere liberamente, senza cercare virtuosismi. Sono alla ricerca del vero Francesco e, attraverso la scrittura, riesco a entrare nel mio profondo”.
La delicatezza - che non è fragilità - svela il mondo di Francesco, una bolla di tempo magico in cui ha vissuto l'infanzia e la gioventù. Era un universo che scorreva con la precisione di una pellicola, senza un vero regista: ogni persona, con un proprio ruolo, alimentava un meccanismo perfetto, un'armonia quotidiana priva di inceppi.
"Sono nato a Pocapaglia: eravamo tre famiglie, in tre case distinte, ma vicine. Si condivideva tutto: il cibo, gli spazi, le abitudini, persino le automobili. Tre famiglie con tre mestieri intrecciati: il Peso, il negozio di alimentari e l'officina meccanica. Era una comunità domestica, un piccolo mondo dove nulla apparteneva davvero a uno solo, in cui ognuno portava il proprio talento a servizio degli altri. E tutto funzionava alla perfezione. La famiglia Marchino era indipendente in tutto e per tutto, e per Pocapaglia era un perno, non perché fossimo importanti, ma perché eravamo sempre presenti. Qualcuno dei Marchino c'era sempre, al bisogno. E' complicato provare emozioni in questo mondo tutto omologato che smorza le sfumature. Ma a Pocapaglia, il mio paese, ho conosciuto e frequentato persone semplici, fondamentali per la mia formazione. Tra i componenti della mia grande famiglia, nonna Irene e zio Mario sono stati i miei luminosi pilastri, capaci di dare forma alla mia sensibilità e al mio modo di stare al mondo”.
Ascoltarlo è lasciarsi attraversare dal suo DNA emotivo, il flusso che lo accende. Come in un film la pellicola inizia a girare, e mi ritrovo in un Amarcord felliniano: lunghe tavolate di commensali riuniti per i pranzi domenicali. Il vapore dei tajarin caserecci sale in controluce, i brasati brillano di riflessi ambrati, i bunet tremano come piccoli tesori di cacao. Le risate rimbalzano sulle pareti, i bambini si rincorrono facendo slalom tra sedie e tavoli, gli anziani sorridono con quella dolcezza che solo la memoria sa conservare. E mentre la musica della colonna sonora accompagna la scenografia, in sottofondo si ode il rumore dei tappi delle bottiglie di vino che saltano via e che rimbalzando contro il soffitto accendono l'allegria. Anche quel vino nasce da uno dei tanti satelliti di competenze che ruotavano attorno alla famiglia Marchino. I tajarin, i brasati, i bunet: ogni piatto era il risultato di mani che lavoravano insieme.
Francesco, che titolo daresti a questo film che mi hai appena girato?
Sorridendo risponde: “Che bel pensiero! Si intitolerebbe... mah, devo pensarci un momento”.
Che significa per te scrivere?
“Scrivendo placo le ansie che mi imprigionano, perché esco dal palcoscenico della vita e proietto un film su una vita irreale, trasformando il negativo in positivo. Solo così facendo mi sento di nuovo pronto a rientrare nella realtà. La scrittura è il mio Xanax!".
E sorride gioioso, come un bimbo che ha appena trovato la soluzione a un suo cruccio.
Francesco è un'anima fragile, ma non spezzata, con una nobiltà d'animo naturale, innata. E' un uomo che vive prima dentro e poi fuori e, che sente, prima di mostrarsi.
Credo che ognuno di noi abbia la propria Pocapaglia, quell'universo silenzioso che, se ritrovato, ci rimette al mondo.
Fiorella Avalle Nemolis