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Il medico del 112 di Alba-Bra Stefano Quaranta: "Diamo al paziente una chance di salvezza"

BRA

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FIORELLA AVALLE NEMOLIS - Il dottor Stefano Quaranta, medico appartenente al Servizio di Emergenza sanitaria territoriale della provincia di Cuneo, è colui che ci soccorre con la sua équipe quando la vita trema, dove ogni minuto pesa e ogni intervento può cambiare un destino. “Con il nostro soccorso, non salviamo la vita, diamo una chance di salvezza”, commenta, privo di retorica.

Arriva a bordo di una Vespa azzurro metallizzato. Scende con un gesto sicuro. Ha presenza, ma è il suo modo di porsi a colpirmi: misurato e naturale. Si avverte che ha respirato altri luoghi, altre esperienze e che un frammento di quei mondi gli è rimasto addosso.

Accomodato nel mio studio, si presenta con semplicità: “Sono nato nel 1966 a Torino e mi sono trasferito definitivamente a Bra nel 2014, dopo vent'anni di avanti e indietro da Torino. Nel 1997, appena rientrato da un'esperienza negli Stati Uniti, in California, ho iniziato la mia professione in provincia di Cuneo”. Mentre il dottor Quaranta parla, avverto la padronanza di sé. Nessun imbarazzo. Solo curiosità e una cordiale apertura al dialogo.

E continua: “Faccio un passo indietro in un'epoca ben diversa da quella attuale. Negli anni Settanta-Ottanta, quando ero tra gli ultimi boomers, la facoltà di Medicina aveva numeri enormi: tre corsi e circa 4.500 iscritti. Il rapporto era di, circa, un medico ogni duemila abitanti. In seguito negli anni Ottanta, per adeguamento alle norme europee, fu introdotto il numero chiuso, creando inevitabilmente un imbuto formativo con pochissimi accessi alle specialità, c'erano appena due o tre posti all'anno. Trascorsi due anni e mezzo negli Stati Uniti, in California, dove mi occupavo di ricerca immunologica, inviato dall'Ospedale Molinette di Torino, con la promessa e la speranza di poter accedere in seguito alla specialità di gastroenterologia. Ho svolto anche un'esperienza a Londra come anestesista, per approfondire la gestione del paziente critico. E' stato un periodo intenso che ha arricchito profondamente la mia formazione. Tornato in Italia, ero già un medico formato, ma l'accesso alla specialità mi era precluso per mancanza di entrature. Come molti miei coetanei, fui etichettato come un "camice grigio”. E, ad oggi la situazione non è cambiata”.

Quindi quale alternativa le si prospettò?

“Poiché non vivevo di sola aria, e non mi interessava fare il medico di base, iniziai a svolgere guardie mediche. Nel dicembre del 1998, grazie ad un amico cuneese, entrai come medico del 118, che all'epoca era ben retribuito. Ad Alba-Bra il servizio era attivo da circa sei mesi, mentre altrove, esisteva ancora un unico numero generico per le emergenze e, di fatto, l'urgenza territoriale non esisteva. Anche i pronto soccorso erano gestiti da internisti formati blandamente in medicina d'urgenza, disciplina che all'epoca non era ancora riconosciuta come specialità. Esisteva solo questo genere di emergenza territoriale. Decisi comunque di provare”.

Dottor Quaranta, l'impresa che scelse non era da poco.

“Infatti, intuii subito che fosse qualcosa di più grande di me: un'attività stressante che richiedeva una formazione che nessuno possedeva: era una novità assoluta! Mi presi del tempo per comprendere se fossi in grado di reggerla anche dal punto di vista emotivo-psicologico, sempre senza abbandonare l'intento di entrare in specialità. All'inizio lo consideravo un lavoro temporaneo, come molti di noi cosiddetti “camici grigi”. Solo adesso, discorrendo, mi rendo conto che, invece, sono trascorsi quasi trent'anni. Il tempo nella vita vola, se poi fai qualcosa che ti piace, vola ancora di più”.

Accenna una risata quasi di stupore, e nel suo sguardo penetrante, come lampi, scorrono tanti stati d'animo, vissuti uno dopo l'altro.

E continua: “E' stata un'esperienza stimolante, eravamo tutti giovani, nessuno più esperto dell'altro, ma da zero, abbiamo costruito tutto, uniti dall'entusiasmo. Medici, infermieri, volontari, siamo cresciuti insieme, sia come competenze e anche come una famiglia. E' un lavoro che segna, ma ho vissuto anche anni molto belli, quelli che lei ha visto scorrere nei miei occhi. Ora fisicamente sono meno prestante, ma mi resta ancora una cosa preziosa: trasmettere la mia esperienza agli specializzandi.”

Lascio dissolvere la pausa di riflessione e passo ad altre domande.

Il pubblico di oggi sa effettivamente cosa sia il 118 e come funzioni?

“No, ancora oggi, dopo trent'anni, non sa cosa può o non può chiedere, non conosce l'esatto funzionamento del sistema. Non è una responsabilità dei cittadini, è il risultato di scelte politiche che non hanno previsto, né voluto attuare una campagna informativa adeguata. Questa è una mia opinione, per carità! La realtà è che il 118 si è fatto conoscere, sostanzialmente, attraverso la passaparola. Oggi il 118, formalmente, non esiste più. In tutta Italia il numero unico di emergenza è il 112 uniformato a quello europeo. Anche in questo caso, la comunicazione pubblica è mancata quasi del tutto. Tutti continuano a chiamare il 118. Fatto sta che, la conoscenza del sistema da parte dell'utenza è veramente scarsa. A meno che non abbia già avuto a che fare!”.

Qual è lo scopo specifico dei vostri interventi?

"E' innanzitutto la stabilizzazione del paziente, e poi il trasporto più rapido possibile all'ospedale più vicino e più idoneo per la sua patologia. Un tempo le ambulanze si limitavano a trasportare i pazienti all'ospedale più vicino. Ma tra quel sistema di servizio e il nostro, c'è un abisso. Questo servizio ha rivoluzionato moltissimo l'evolutività delle patologie acute”.

Un esempio pratico?

"I dati dimostrano come la qualità del trattamento dell'infarto cardiaco sia notevolmente migliorata: oggi l'intero percorso, dal primo contatto sul territorio, all'ingresso del paziente in sala emodinamica dell'ospedale, rientra nei novanta minuti indicati dai protocolli e dai trainer delle guide internazionali. E' il risultato che nasce dalla trasmissione telematica dell'elettrocardiogramma, dalla stabilizzazione farmacologica già a domicilio e dal coordinamento immediato tra centrale operativa ed equipaggi sul territorio e ospedali. L'esito non è solo positivo: quei cuori non vengono solo salvati! Anzi, tornano a funzionare meglio grazie a un intervento precoce, coordinato e altamente specializzato. Lo stesso approccio vale per altre varie patologie".

Come si accede al vostro servizio?

“L'utente chiama il numero 112 collegato alla centrale operativa di Cuneo che risponde da Saluzzo, dove il personale sanitario addetto effettua una valutazione telefonica, pone alcune domande, a cui sostanzialmente si risponde con: un “sì”, un “no”, oppure “non lo so”. Successivamente, attraverso un programma informatico algoritmico si genera un codice di invio, che definisce la gravità patologica e la destinazione. Da quel momento l'operatore valuta la situazione e l'infermiere coordina l'invio dei mezzi. Esiste una serie di procedimenti protocollati, ma spetta al medico valutare e procedere in modo appropriato, in base al grado di gravità e di patologia riscontrati. Perché nessun protocollo può prevedere tutte le emergenze che si presentano, quindi, i processi gestionali variano moltissimo. Anche se le patologie sono quasi sempre le stesse: è il contesto a variare e quindi anche il modo di gestirle. Questo rappresenta l'aspetto più complicato del nostro mestiere. Al termine della telefonata si informa l'utente che verrà inviato un mezzo e, se necessario sarà guidato, prima ancora del nostro arrivo, per seguire indicazioni precise a seconda della patologia, spesso fondamentali per aiutare e a volte, addirittura per non mettere a rischio il paziente”.

Come reagiscono i caregiver (badante) dei pazienti?

"La risposta all'urgenza vera è molto varia, la reattività delle persone cambia moltissimo a seconda del carattere, dell'indole, e delle esperienze vissute. Incontriamo il collaborante, colui che si dà da fare, ma c'è anche l'ostruzionista, per non parlare delle reazioni di fronte al lutto”.

A questo proposito, com'è cambiato il rapporto medico-paziente?

“E' finita la sudditanza del paziente di un tempo ed è nato un dialogo più paritario, meno distante culturalmente. E' un passo avanti. Ma quando siamo chiamati a soccorrere, a volte, può succedere che siamo trattati con arroganza o con pretese fuori misura. E' un cambiamento che porta sì, consapevolezza, ma anche nuove fragilità nella relazione”.

Quali sono i frangenti in cui intervenite?

“Nel nostro ordinario, la nostra potenzialità va dal paziente cronico a casa che non viene visto dal medico di base, fino all'evento catastrofico, in mezzo si aggiungono incidenti stradali, agricoli, industriali, oltre a tutte le patologie cardiologiche, respiratorie, neurologiche, psichiatriche. Tutta la patologia umana che viene osservata solo da un punto di vista urgentista".

Come gestite la vostra fragilità di fronte a quella altrui?

“L'esperienza e il tempo insegnano. Da giovani l'impatto emotivo è molto più alto: il nostro cervello deve ancora costruire le sue difese. Ci si concentra su ciò che si è chiamati a fare, e su ciò che davvero sia possibile fare. Anche seguendo sempre le stesse procedure, i risultati non sono mai garantiti. La medicina non è una scienza esatta, e per me, è difficile accettare il fallimento quando un caso uguale, in passato fosse andato a buon fine, mentre quello successivo, no. Perché quello sì e questo no? Forse perché diverso era il destino del paziente. Era l'unica spiegazione che potessi darmi”.

Come vivete questo ruolo di emergenza?

“In sostanza, noi viviamo in uno stato di quiescenza, montiamo in turno, bolliamo in postazione, io medico, insieme all'infermiera e ai due soccorritori dell'associazione che fornisce l'ambulanza. In quegli spazi di servizio, quattro persone condividono per dodici ore uno stato di quiete, di immobilità apparente, di pausa sospesa, in cui nulla accade ma tutto potrebbe accadere da un momento all'altro. E' una calma vigile, non un'inerzia, perché il servizio è attivo in potenziale. Finché suona il telefono della centrale e si esce per l'intervento. Per i giovani gestire questa attesa è quasi più pesante della fase attiva. A fine turno se ne vanno un po' scontenti, come se la mancanza di interventi avesse tolto loro l'occasione di fare esperienza: benché io li coinvolga, sono solo in una fase di osservazione, non hanno ancora la responsabilità del turno, quindi la firma operativa dell'intervento resta la mia. Finché non è la loro firma che conta, non è il loro nome, eventualmente, a dover rispondere davanti a un giudice. Non sentono ancora quella responsabilità. Tuttavia è proprio quella consapevolezza di essere in prima persona a rispondere, che stimola ad assumersi la responsabilità, non solo nei confronti del singolo, ma nei confronti della Comunità. E' tutela della salute pubblica. Lo afferma la legge che ha istituito il Servizio sanitario nazionale il 23 dicembre 1978. Lo ripeto all'infinito a tutti i colleghi. Quale mission più importante c'è?”.

Oggi, la medicina d'urgenza ha accesso alla specialità? Dottor Quaranta, inoltre, come si rapporta in veste di tutor con i suoi specializzandi?

“Sì, la medicina d'urgenza è una specialità, solo da pochi anni. Nel percorso formativo degli specializzandi sono previsti anche turni in ambulanza. Sono molto preparati sul piano teorico, sul piano emotivo restano ragazzi di ventisei, ventotto anni: sono pulcini! La nostra Università è ancora molto importante, forma bene sulla teoria, meno sulla pratica. Fare il medico significa tenere insieme una quantità di teoria pazzesca appresa, però, poi si ha a che fare con una persona, non con la patologia, bensì, con la patologia che si manifesta in quella persona. Cosa c'è di più importante? Inoltre è necessario instaurare un rapporto di fiducia con chi ci affida la propria salute, ed è parte integrante dell'intervento ed è necessario riuscirci molto rapidi, soprattutto in una situazione emergenziale. Purtroppo durante la specialità ai giovani medici non viene insegnato loro a lavorare".

Che significa lavorare?

Mettere in pratica ciò che hanno studiato, imparando a gestire se stessi, e l'emotività durante gli interventi in situazioni pesanti, a trovare le parole adatte, e gli atteggiamenti che rispecchiano sempre professionalità. Serve quella empatia calibrata umana sì, ma solida. Perché anche quando dentro si sentono vacillare, non possono concedersi di crollare. All'interno dell'équipe sono un riferimento, non in quanto nominati leader, ma perché sono medici e come tali si devono assumere le responsabilità. E' un lavoro molto stimolante, però il medico del Servizio di Urgenza deve avere caratteristiche e indole di un certo tipo, altrimenti diventa un inferno!”.

Invece, a quanto pare, per lei, dottor Quaranta, non è stato un inferno!

“No, non lo è mai stato. All'inizio avevo molta paura, questo sì, tanto che di notte dormivo con gli scarponi per essere sempre pronto. I colleghi almeno le scarpe se le toglievano. Ma io no. All'epoca, quando il sistema non era ancora nato, credevamo molto nella tempestività. Scendevamo da un'ambulanza di corsa e via.” “Un episodio curioso per stemperare il clima?”. “Fu quella volta che intervenimmo per un incendio all'azienda Rolfo di Bra. Giunti sul posto non diedi il tempo all'ambulanza di fermarsi, avevo trent'anni, aprii il portellone, e con lo zaino in spalla, scesi e corsi dritto nell'immenso cortile, verso dove non si sa. Già distante cento metri dall’ambulanza sentii una voce gridare: “Dottore, dottore, è dall'altra parte!”. Era l'annebbiamento, la frenesia di intervenire”.

Al fine di una corretta divulgazione, mi definisce in modo semplice la funzione dell'intervento del 118?

“E' un servizio per il cittadino che si trova in una condizione acuta, qualunque essa sia, percepita anche no, che ha lo scopo, però in casi di reale patologia acuta di stabilizzarla il più possibile e dare la chance di trasporto verso l'ospedale più idoneo alla sua patologia”.

Cosa l'ha convinta a ricoprire questo ruolo?

“Avere sempre il fattore tempo come una spada di Damocle sulla testa: fare scelte ponderate, ma in fretta. Questo modo di pensare ce l'ho fin da ragazzo: o bianco o nero. La mia forma mentis è anche di cercare risultati immediati. Se una terapia non funziona subito, significa che qualcosa non va e ne imposto un'altra. Il mio lavoro si sposa con la mia indole. Sono fatto così!”.

Una fortuna, per chi arriva nelle sue mani!

Fiorella Avalle Nemolis

(Foto Giovanni Gutamo)

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