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Case e Ospedali di Comunità, strutture pronte solo sulla carta: funzioneranno davvero?

CUNEO

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GUIDO CHIESA - Un clima di generale scetticismo si è diffuso sulle Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità inaugurati nei mesi passati. Pochi sono convinti della loro effettiva utilità. Molti sono convinti che non saranno in grado di erogare i servizi previsti. Ma da dove nasce un’opinione così pessimista? Sostanzialmente da due fatti: la mancata informativa da parte degli organi responsabili sulle finalità delle nuove strutture; la mancata formazione e assunzione del personale che in quelle strutture dovranno andare a lavorare.

In merito al primo punto, solo recentemente l’Agenas ha pubblicato un documento in cui viene illustrato in dettaglio come dovrebbero funzionare le Case della Comunità e quali servizi dovrebbero essere erogati. (cfr. Le équipe multi-professionali e multi-disciplinari nelle Case della Comunità – Linee di indirizzo tecniche). Un documento molto dettagliato ed esauriente che doveva però arrivare tempo addietro, che non è ora possibile sintetizzare in poche righe, ma che ci auguriamo sia conosciuto da gran parte degli operatori del settore. Di certo non è stato illustrato ai pazienti che non sanno né quando né come rivolgersi alle Case della Comunità, né su chi potrà usufruire degli Ospedali di Comunità.

Della scarsa attenzione dedicata alla comunicazione con i cittadini ne è prova palmare il fatto che ancora oggi, a distanza di anni dalla sua implementazione, ben pochi conoscono il numero telefonico unico europeo per l’accesso a cure mediche non urgenti: il 116117. Almeno il 90% dei cittadini crede infatti sia ancora il 118 (che non risponde più) o il 112 numero unico europeo al quale ci si può rivolgere, ma per i soli servizi di emergenza (Polizia, Carabinieri, Vigili del Fuoco e servizi sanitari urgenti).

Il secondo punto, quello del personale, è decisamente più importante e di più difficile soluzione. Anche su questo tema ci si sarebbe dovuti preparare all’atto della approvazione della riforma del 2022. Il governo ha trovato più semplice concentrarsi sulla realizzazione delle strutture e la fornitura delle attrezzature perché era più facile spendere i soldi del PNRR, che andavano a sostenere il PIL, invece di intavolare discorsi seri con le categorie interessate. Discorsi che probabilmente gli avrebbero alienato le simpatie di alcune frange dell’elettorato e che la stessa presidente Meloni ha stoppato sul nascere.

Alla fine si è sfiorato il ridicolo: degli infermieri, che sono le persone con i carichi maggiori in termini di orari e fatiche, anche fisiche, non se ne è proprio parlato scaricando sui dirigenti responsabili la patata bollente di come coprire i turni con il personale in forza o con qualche ausilio esterno! Stesso discorso per le altre categorie di operatori coinvolti.

Per i medici si è invece trovato un accordo una settimana prima della scadenza imposta dalla UE per l’avvio delle Case della Comunità. Accordo che prevede l’obbligo per i Medici di Medicina Generale di prestare servizio fino a 6 ore settimanali nelle Case della Comunità (per 48 settimane all'anno) con un compenso di 38,72 € lordi per ciascuna ora di attività prestata.

In effetti l’accordo sta trovando difficoltà ad essere rispettato per la mancata adesione da parte di alcuni sindacati dei Medici di Medicina Generale ed ha parecchi punti deboli. In primo luogo il fatto che, in buona sostanza, riduce il ruolo delle Case della Comunità a semplici Guardie Mediche operative 24 h al giorno per 7 giorni alla settimana invece dei soliti turni notturni e ai giorni festivi e prefestivi. Ben lontano dagli obiettivi illustrati nel documento Agenas di cui sopra.

L’Azienda Sanitaria Universitaria del Friuli Centrale (ASU FC) aveva a suo tempo elaborato una proposta decisamente migliore, avviando una procedura pubblica “finalizzata alla raccolta di candidature da parte di medici in quiescenza interessati all’attivazione di contratti di lavoro autonomo per lo svolgimento di attività di assistenza primaria nell’ambito dell’Area Cure Primarie dei Distretti sociosanitari aziendali”.

Ai medici in quiescenza era proposto un impegno massimo di 38 ore settimanali sino alla fine del 2026 che, ad esempio, avrebbe consentito ai pazienti di instaurare con quei medici un rapporto non occasionale e di impostare, se necessari, Piani Assistenziali Individualizzati (PAI) qualora affetti da una o più cronicità. Una delle finalità più qualificanti delle Case della Comunità.

Dell’esito di quella procedura nulla è dato sapere, mentre l’ipotesi di adottarla in provincia di Cuneo non ha avuto riscontro per l’assai probabile assenza di medici in quiescenza disposti a lavorare nelle Case della Comunità alla tariffa fissata dall’accordo nazionale. Nonostante il fatto che il contratto darebbe loro la possibilità di assumere un impegno orario a misura delle proprie necessità personali e di esercitare la professione medica in un ambiente stimolante, a contatto con colleghi specialisti ambulatoriali e operatori sociosanitari qualificati, nonché dotato delle attrezzature necessarie per una diagnostica di livello elevato. Una buona idea che avrebbe consentito di metter in moto il sistema dell’assistenza territoriale pubblica ma che, come sovente accade in questo paese, si infrange contro gli scogli di norme rigide, di delusioni cocenti e di consuetudini intoccabili. 

Guido Chiesa

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