SAVIGLIANO
AGNESE RABAGLIATI - Cosa è per te casa? Famiglia. Protezione. Rifugio. Relazione. Sicurezza. Amore. Benessere... Ma soprattutto: la casa è un diritto o un servizio?
È attorno a questa domanda che si è sviluppato l’incontro ospitato a Savigliano, presso l’ex convento Santa Monica – oggi polo universitario – in occasione dell’Anthropology Day, una giornata che porta l’antropologia fuori dalle aule accademiche per aprirla al territorio, renderla pubblica e metterla in dialogo con altri saperi e professioni. Diventando così un vero bagaglio operativo per educatori, operatori sociali, amministratori, associazioni.
Francesco Vietti, docente universitario, ha presentato il lavoro dell’antropologo Glauco Barboglio e di Anna Ramello, autori di una ricerca e di una tesi di laurea in antropologia ed etnologia dedicate al tema dell’abitare nel Cuneese. Al centro della riflessione il diritto all’accesso alla casa. L’abitare non è solo una questione logistica o immobiliare. È una dimensione profondamente sociale e relazionale: significa stabilità, riconoscimento, possibilità di costruire legami e progettualità. Quando la casa diventa un servizio temporaneo e precario, si rischia di indebolire proprio quella funzione di protezione e radicamento che le attribuiamo spontaneamente.
Gli studenti universitari di antropologia sono stati chiamati a sperimentare sul campo strumenti antropologici di ricerca: osservazione, interviste, analisi delle pratiche quotidiane. C’è stata successivamente una fase restitutiva dei 3 study-case: Progetto Ayla, la casa delle donne, il progetto di accoglienza diffusa di Caritas Italiana per i lavoratori agricoli, il cohousing di Andirivieni. È stato inoltre presentato il progetto Habitat promosso da Caritas Italiana e il Progetto Makala, esperienze che sperimentano modelli abitativi capaci di coniugare accoglienza, autonomia e integrazione. Questi progetti dimostrano come l’abitare possa trasformarsi da risposta emergenziale a percorso di inclusione sociale.
Glauco Barboglio ci pone il quesito: cosa significa “casa” per chi ha tra i 18 e i 30 anni? La ricerca conferma un dato chiaro: le risposte sono sorprendentemente simili. Casa è famiglia, sicurezza, intimità, protezione. Ma è anche indipendenza, possibilità di scelta, costruzione di sé. Emerge con forza un’idea: la casa è un oggetto biografico. Le case hanno una storia personale, e chi le abita contribuisce a scriverla. Un agente immobiliare intervistato ha usato un’immagine molto efficace: “Trovare la casa giusta è come trovare il partner giusto".
Proprio per questo forte valore affettivo, per alcuni proprietari è difficile “lasciarla andare”, non è solo una questione economica: è un passaggio emotivo. Questo, però, ha un effetto concreto: molti alloggi restano vuoti. A livello territoriale si contano circa 6.500 alloggi sfitti. Inoltre molti proprietari faticano ad affittare a giovani considerati “instabili” o poco affidabili, persone con background migratorio, studenti o lavoratori precari. Dalle interviste emergono alcune richieste ricorrenti: “No stranieri”, “No animali”. Addirittura un agente immobiliare afferma che una famiglia straniera all’interno di un immobile “fa perdere valore a tutto il condominio”.
Un elemento trasversale alle ricerche è chiaro: fa la differenza essere conosciuti. Non basta avere reddito o documenti regolari: conta la relazione. Qui entra in gioco il capitale sociale: Bonding social capital, reti tra persone della stessa nazionalità o comunità, offrono supporto e informazioni di base; Bridging social capital, reti più ampie e miste, che permettono accesso a opportunità abitative più diversificate. Chi riesce a costruire relazioni trasversali ha maggiori possibilità di trovare casa. In fondo, molti proprietari dichiarano esplicitamente di voler “conoscere” chi entrerà nella loro casa: la fiducia personale diventa criterio di selezione più forte di qualsiasi requisito formale.
La casa non è mai solo una casa. È un crocevia di diritti, di biografie personali, di politiche pubbliche, di paure e aspettative, di discriminazioni e possibilità. E forse la questione centrale resta questa: se la casa è così carica di significati, può essere lasciata solo alle logiche della fiducia privata e del mercato? Oppure serve una responsabilità collettiva capace di tenere insieme diritto, relazione e giustizia sociale?
Agnese Rabagliati