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Un lontano passato che non si può dimenticare e gli "equilibrismi" di oggi inseguendo i voti

CUNEO

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PIERCARLO BARALE - Sono rimasti in pochi coloro che avevano subito torture, detenzione, misure coercitive, isolamento dalla vita civile e sociale. I giovani di oggi, quelli che votano per la prima volta, poco o nulla sanno del fascismo, della lotta partigiana ed ancor meno delle male fatte del Duce e dei suoi seguaci. Dopo il 1938 il legame con Hitler, le leggi razziali - di nostra iniziativa, non di Hitler - le guerre senza preparazione, il disastro sociale, umano, la lotta partigiana, il fallimentare tentativo di Salò, i crimini dei suoi fanatici, l’anno zero dell’Italia. Non dimentichiamoci che è stata l’America a consentirci di riprendere la vita, l’organizzazione sociale, il miracolo italiano, scampando anche dall’esperienza del comunismo sovietico esportato in mezza Europa con risultati spaventosi. Per tanti giovani e di media età tutto ciò è un ricordo lontano, o neppure tale. C’è chi nega l’olocausto, le torture, gli omicidi politici, addirittura i campi di concentramento e di eliminazione non solo degli ebrei ma dei nomadi Sinti e Rom, la detenzione in regime di schiavitù dei nostri soldati fatti prigionieri dopo l’8 settembre, lo sterminio dei nostri ufficiali e soldati in Grecia: non avevano voluto rinnegare la patria ed accettare di combattere con la divisa tedesca.

Dopo il 1938 si verificarono tanti errori fatali per l’Italia: le guerre senza alcuna preparazione, se non l’imitazione pedestre e sciocca di Hitler, che aveva preparato la conquista del mondo da anni e quasi ci riuscì. Non avevamo mezzi, provviste, armamenti. Mandò i giovani al macello in Francia, Grecia, Africa e poi in Russia, dove fu la fine delle nostre velleità guerresche. Le vallate alpine vennero private degli uomini migliori. Le lapidi marmoree di fronte ai comuni contengono più nomi delle liste anagrafiche. Tutto ciò va ricordato, ora che la Destra pare destinata a governare.

L’alleato Berlusconi un giorno appoggia senza riserve Meloni, nonostante la pericolosa vicinanza con Orban e l’Ungheria filoputiniana. Alla quale l’Europa ha deciso di tagliare i viveri, bloccando oltre sei miliardi di aiuti perché vi è corruzione, la stampa non è libera ed i giudici sono sottoposti al potere esecutivo. Il giorno successivo, sentiti i pochi collaboratori rimasti, il già Cavaliere rettifica il tiro e si proclama europeista convinto - e quindi contro Orban - ed atlantista, quindi ben lontano da Putin. Lo è sempre stato, proclama, sostenitore dell’Europa e amico degli Usa. Dissente quindi dal programma Meloni, ma solo per un giorno. Richiamato a riflettere e correggersi dal cerchio magico che lo tutela ed indirizza, ritorna melonian-salviniano. Si dichiara addirittura l’ago della bilancia dell’alleanza. Pare non essersi accorto che se ne sono andati i migliori dal partito e che le obsolete pillole dispensate giornalmente non fanno alcun effetto sull’elettorato.

Il suo partito personale è alla frutta, come il capo, fondatore, finanziatore, padrone ed ora probabile liquidatore. Le televisioni e l’editoria funzionano, i processi sono quasi ultimati, eventuali condanne non sarebbero da scontare per evidenti ragioni di età. Perciò quella politica, che dal 1994 lo ha portato al potere, può essere lasciata estinguere per auto consunzione e conseguimento degli obiettivi. Continua a far intendere di aver sempre perseguito il bene del Paese, mentre si è curato del proprio bene. Molti finora gli hanno creduto e qualcuno magari tornerà a votarlo a fine settimana. Per chi andrà al seggio sarà difficile la scelta tra offerte non troppo allettanti.

Il voto, conquista democratica e dovere civico, dovrebbe servire a scegliere programmi e uomini fra i migliori del Paese, persone idonee a dare impulso alla democrazia ed al benessere della nazione. Purtroppo, così non pare nella realtà di oggi. Domenica occorrerà accontentarci di votare il meno peggio, poiché non è prevista, neppure in caso di astensione di massa, un’altra offerta. Occorre accettare - ed addirittura scegliere - ciò che, come suol dire, ci passa in convento.

Piercarlo Barale 

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