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Ucraina: cosa stiamo facendo noi europei e perché non dobbiamo smettere di sperare nella pace

CUNEO

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PIERCARLO BARALE - Facciamo il punto sulla guerra in Ucraina. Putin ha ripetuto l’originaria tesi dell’invasione per la denazificazione dell’Ucraina. Ribadendola, ha dovuto ammettere di non essere riuscito ad attuarla. I carri armati russi non sono stati accolti con mazzi di fiori; nessuno in strada ad applaudire; niente marcia trionfale fino a Kiev. Il presidente ucraino avrebbe dovuto essere eliminato fisicamente - neutralizzato - da sicari ceceni assoldati per la bisogna. Poi, nomina di una testa di legno sul modello bielorusso, per gestire un governo fantoccio. Non è stato ancora chiarito se Putin sia stato ingannato dai suoi sottoposti, come avveniva anche da noi per il Duce, o se abbia cercato di ricreare la Grande Russia, senza valutarne la possibilità ed ignorandone i rischi. È emerso che non possiede un esercito adeguato, sicché ha dovuto mandare reclute impreparate, non ha approntato rifornimenti, ricambi per i mezzi, avvicendamenti di combattenti addestrati e motivati. Ha fatto ricorso all’usato sicuro: tagliagola ceceni e siriani, che hanno lasciato, dopo il passaggio in Ucraina, torture, stupri, fosse piene di cadaveri di civili e militari. Nel frattempo, utilizzando parecchie migliaia di missili, ha distrutto mezzo il Paese invaso: scuole, ospedali, fabbricati abitativi e commerciali sono stati destinatari dei missili provenienti anche dalle navi al largo di Odessa e da sottomarini nucleari.

La resistenza organizzata dall’Ucraina, immediatamente fornita di armi ed intelligence da Usa, Gran Bretagna ed Europa, ha sconvolto i piani - piuttosto infantili e improvvisati - di Putin, affondando pure l’ammiraglia della flotta. Pare chiaro che non riuscirà ad occupare l’Ucraina. Forse sarà costretto a recedere anche dal Donbass. I massicci armamenti hanno equilibrato le forze dei contendenti. Il gigante russo è tale solo per l’estensione territoriale. Non per il Pil, lontanissimo dal nostro. Non per gli armamenti e la consistenza dell’esercito, di gran lunga inferiore alla Nato. Il tenore di vita del popolo russo è enormemente basso in rapporto a quelli europei e statunitensi. Da sempre la Russia è pazientemente povera non solo nelle campagne. Il popolo cittadino, numericamente assai inferiore a quello rurale, trova difficoltà addirittura a manifestare o ad acquisire notizie non autarchiche, ad utilizzare i media; non esiste stampa libera ed i giornalisti obiettivi rischiano il carcere o la pelle. Chi si azzarda ad usare il vocabolo “guerra” per indicare o addirittura criticare l’infelice iniziativa putiniana in atto, può finire in carcere per 15 anni.

In un primo tempo il padre padrone di tutte le Russie aveva svolto manovre militari ed accantonato truppe ed armamenti nella compagna di merende - la Bielorussia - e nel Donbass occupato. Aveva motivato l’invasione al fine di eliminare il nazismo, a suo dire esistente in Ucraina, riservandosi anche di procedere analogamente per l’Europa. Fallita la presa di Kiev, ha abbandonato il Nord, ricacciato dagli Ucraini. Figuraccia internazionale e dubbi sull’effettiva capacità dell’esercito russo. Migliaia di soldati morti, spesso lasciati per le strade e nei campi. Generali misteriosamente uccisi, con qualche apparente intervento dell’intelligence americana. Arriva anche il cambiamento putiniano sulle motivazioni dell’intervento militare: addirittura avrebbe temuto l’invasione dell’Ucraina per riprendersi il Donbass. Si tratterebbe quindi di un intervento preventivo, non di invasione come già annunciato. Se non si fosse trattato di una guerra, sarebbe stata una pagliacciata tale linea indicata. Nel discorso del 9 maggio, che avrebbe dovuto tenersi a Kiev, Putin ha moderato i toni, omesso ogni riferimento alle armi nucleari e ha dato l’impressione di essere tentennante sull’esito dell’iniziativa bellica. Sembra quasi costretto a continuare con un obiettivo ridotto, per non perdere la faccia: la totalità della faccia, perché in gran parte l’ha già perduta.

Gli Usa sono intervenuti sia per aiutare l’Ucraina che per conseguire l’agognato obiettivo di cacciare Putin dal trono e ridimensionare la posizione internazionale della Russia, molto indebolita sotto il profilo economico e militare. L’Europa non intende seguire Biden su tale linea. Non intende umiliare il vicino europeo, per evitare ciò che è avvenuto dopo le guerre mondiali con i perdenti, di fatto asfaltati dai vincitori. Abbiamo - come Europa - mirato a ridurre rapidamente le forniture russe di petrolio e gas, in vista di una totale cessazione a breve. Alcune nazioni europee - in prima fila l’Ungheria di Orban, putiniano in spirito e ricattatore in pratica - si sono opposte a tale iniziativa, nonostante essa possa azzerare le entrate russe usate per la guerra. Tutti gli stati europei temono riduzioni enormi del Pil, dell’occupazione, del tenore di vita. Non c’è coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo, per bloccare subito la guerra. Ognuno bada al suo particulare, tiene famiglia.

Molti partiti scalpitano. Il papa ha accusato la Nato di abbaiare ai confini della Russia, quasi giustificandola per l’intervento. L’espressione è stata molto infelice ed inopportuna: olio su un fuoco già troppo vivace. Anche se non ha parlato ex cathedra su argomenti di fede e quindi non assistito dallo Spirito Santo, come capo della cattolicità e anche capo di Stato, avrebbe dovuto utilizzare maggiore moderazione. La Nato non è un canile o una organizzazione canina. Ha svolto, nel caso, un’azione prudente, evitando di essere direttamente coinvolta come belligerante. Senza la Nato e con un’America disimpegnata, Putin sarebbe arrivato in Europa ai confini del 1945 a suon di missili, carri armati e soprattutto brandendo la minaccia nucleare. I tanti putiniani nostrani avrebbero pasteggiato a vodka e caviale, per poi chinare la testa ed accettare il giogo putiniano. In Italia, alcuni partiti, con l’occhio alle prossime elezioni, per proprie esigenze di visibilità ed ambizioni dei leader, attendono il ritorno di Draghi dall’impegno americano con il coltello tra i denti. Conte, spalleggiato dal giornale di riferimento pentastellato pretendeva immediata verifica parlamentare sulla posizione dell’Italia ed il blocco degli aiuti militari approvati da poco in Parlamento. Draghi riferirà a giorni. Anche il putiniano Salvini pretende meno armi, chiarendo che non siamo in guerra: ovvio. Dopo i lanci di ortaggi ricevuti nella visita alle zone di guerra, ha evitato le consuete iniziative sballate che lo caratterizzano. È sempre però in cerca di bandiere per il partito e di bandierine personali, però naviga prudentemente al largo. Berlusconi ha decorosamente evidenziato il dissenso dall’amico Putin, che gli è parso assai diverso dai momenti di vicinanza vacanziera trascorsi insieme in Sardegna.

La nostra attenzione per l’Ucraina pare diminuire di giorno in giorno nei sondaggi. Molti sono preoccupati dal pericolo nucleare, che aleggia, minacciato da propagandisti putiniani. Il no alla guerra è l’obiettivo assolutamente condivisibile. Le tante marce per la pace non impensieriscono Putin, ma debbono essere considerate adeguatamente dai governanti europei, come ha evidenziato Draghi nei colloqui in corso con Biden. Macron, in proprio e come presidente europeo di turno, è molto attivo nel perseguire tale disegno. Si è pure sentito con la Cina, prossima a Putin, ma preoccupata per l’attivazione della nuova via della seta bloccata per ora in Ucraina. Sarà difficile ottenere la sospensione delle attività belliche, perché ciò bloccherebbe la situazione di fatto sul terreno, lasciando Putin in braghe di tela. Qualcuno vorrebbe attribuirgli una parte del Donbass o addirittura la già occupata Crimea, a fronte del ritiro. Gli Usa vorrebbero invece aumentare la pressione dell’Ucraina per ricacciare i russi oltre il confine. Agli Usa sarebbe utile e gradito l’indebolimento di Putin, anche con il blocco degli acquisti di idrocarburi, da aggiungersi alle altre già pesanti sanzioni. La Russia umiliata, debole militarmente, stremata economicamente, perderebbe prestigio internazionale, lasciando all’America il confronto con la Cina. Un pretendente di meno al controllo del mondo.

L’Europa deve giocare le proprie carte, evitando di essere colpita dal fuoco amico delle misure anti-Russia. L’atlantismo è necessario per l’Europa, ma a dosi normali, con sacrifici accettabili e per il nostro indubbio vantaggio della vicinanza economica e della copertura militare. È un equilibrio difficile. Draghi cercherà di evidenziarlo. Ne ha la capacità, l’intelligenza e l’esperienza. Biden, in calo di popolarità, insisterà per un maggior coinvolgimento europeo e della Nato per dare scacco matto a Putin. Dobbiamo cercare di non farci coinvolgere nella sua guerra privata. Abbiamo visto come Hitler abbia occupato la Francia e brindato a Parigi, in un’Europa disunita e nel sonno dell’America. Per fortuna del mondo non disponeva di bombe atomiche. Missili sì, le V1 e V2, usate giornalmente su Londra con esplosivi convenzionali. Putin non potrà neppure pensare di usare l’atomica sia pur solo tattica. La reazione Nato-Usa distruggerebbe parte della Russia, compreso Putin, figlie, mogli, oligarchi. Non ci sarebbe la distruzione del mondo, ma la fine di Putin e della vicinanza di tanti putiniani anche nostrani. Le trombe del giudizio universale, tanto evidenziate dalla propaganda russa come minaccia atomica per noi, suonerebbero per loro.

Il poeta John Donne, in una celebre poesia, ha scritto: […] E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana: essa suona per te”. Hemingway ha ripreso, nel libro dal titolo omonimo, tale concetto, evidenziando che, quando la Campana suona, non lo fa per un qualcuno, ma per l’umanità intera. La Campana è suonata in tutte le chiese ucraine quando Putin ha iniziato l’invasione. Si tratta quindi del richiamo all’umanità per aiutare i fratelli ucraini oggetto della guerra di Putin per conquistare la nazione sovrana ed asservirla al suo potere assoluto. Ogni persona deve dare ascolto al richiamo delle campane ucraine, così come lo avevano dato i patrioti accorsi in difesa della libertà della Spagna, soffocata dai fascisti. Non si può lasciare indifesa l’Ucraina e disattendere l’invito delle campane, che hanno suonato per ognuno di noi. Il pacifismo pare inidoneo a ricacciare i guerrafondai russi. Nessuno fermerà Putin, se non dissuadendolo con un potente armamento e privandolo degli introiti con le sanzioni e i blocchi degli acquisti di idrocarburi. Non dobbiamo mai cessare di sperare nella pace, anche nei giorni più bui, ricordando che con la guerra si distrugge, aumenta l’odio e nulla sarà più come prima.

Piercarlo Barale

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