CUNEO
GUIDO CHIESA - Com’era facile prevedere, l’avvicinarsi del voto referendario del 22 e 23 marzo 2026 ha infuocato il dibattito politico e ha dato la stura a una serie di fendenti menati da entrambe le parti. Fatto, questo, che non aiuta le persone a capire la sostanza della questione, né le invoglia ad andare a votare. In sostanza, l’ennesimo colpo assestato alla democrazia di questo nostro complicato paese. (Leggi il precedente articolo QUI)
Se non vogliamo rassegnarci a questa deriva autodistruttiva, sarebbe opportuno riconoscere sin da subito che il sistema giudiziario italiano è in grave difficoltà. Non funziona perché mancano, in primo luogo, il personale e le risorse economiche, la digitalizzazione procede a fatica e le leggi sono innumerevoli e scritte con linguaggio da iniziati. (A questo proposito consigliamo di guardare il servizio della trasmissione Presa Diretta andato in onda domenica 15 febbraio).
Invece di affrontare questi problemi di gestione, diciamo "ordinari”, la riforma varata dal governo ha ritenuto necessario dare priorità a problemi di "sistema" che nulla hanno a che fare con il funzionamento quotidiano della giustizia, come candidamente hanno ammesso il Ministro Nordio e la responsabile del Dipartimento Giustizia della Lega, l’avvocato Giulia Buongiorno.
I problemi di "sistema" che il governo ha voluto affrontare con il Decreto Legge votato in Parlamento sono sostanzialmente due:
l’indulgenza con la quale vengono giudicati i magistrati che hanno commesso illeciti nell'esercizio delle loro funzioni o che hanno avuto comportamenti contrari al prestigio dell'ordine giudiziario;
la presenza di correnti che condizionano la selezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno della magistratura.
In merito al primo punto, l’ordinamento vigente prevede che spetti alla Sezione Disciplinare del CSM la competenza di irrogare sanzioni ai magistrati. Sanzioni che vanno dall'ammonimento fino alla rimozione. La Sezione è composta da 6 membri (il Vicepresidente del CSM, che la presiede, 1 componente laico eletto dal Parlamento, 1 magistrato di legittimità (Cassazione), 2 magistrati giudicanti di merito, 1 pubblico ministero). Gli accusati hanno la possibilità di ricorrere contro le sanzioni davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
Recentemente è stata pubblicata l’analisi statistica delle sentenze emesse dalla Sezione Disciplinare nel periodo febbraio 2023 - dicembre 2025 (leggi QUI) il cui risultato “non offre il benché minimo riscontro alla tesi di un esercizio dell’attività giurisdizionale condizionato da logiche di giustizia domestica”. In parole povere, che non è vero che la Sezione Disciplinare giudica i magistrati “con benevolenza”.
Come al solito ciascuno può leggere i dati come meglio crede arrivando a conclusioni diametralmente opposte. Resta comunque il fatto che l’opinione pubblica - vox Dei - è al momento portata a dare credito alle tesi che i magistrati che commettono illeciti non pagano il prezzo che sarebbe giusto paghino.
Sull’onda di questo “sentiment” - che nessuno è in grado di valutare quanto sia stato indotto dalle campagne stampa su questo o quel caso giudiziario - il governo ha proposto una variazione sostanziale alla Carta Costituzionale con la creazione della cosiddetta Alta Corte di Giustizia che, in caso di vittoria del Si’, avrà competenza esclusiva sulla responsabilità disciplinare dei magistrati ordinari.
Se da un lato pare commendevole il proposito di dotare la magistratura di un organo di controllo indipendente allo scopo di indurre i magistrati a lavorare con maggiore attenzione e a evitare comportamenti lesivi del prestigio dell’ordine giudiziario, dall’altro suscita perplessità la soluzione adottata, sia nel merito che nel metodo.
Infatti, nel tentativo di dare all’Alta Corte di Giustizia l’indipendenza e l’autorevolezza necessaria, la riforma prevede che la composizione dell’organo disciplinare passi da 6 a 15 membri (3 nominati del Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti e 3 estratti a sorte tra i pubblici ministeri). Inoltre è esplicitamente scritto che “Contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito”, ma soltanto “dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata.”. In sintesi: una Corte che risponde solo a sé stessa.
A prescindere dall’inevitabile aumento de costi, il timore è che l’aumento del numero dei componenti renda più complesso e lento il funzionamento del nuovo organo. L’adozione poi del sorteggio come metodo per la selezione di 12 dei 15 membri, pur con tutti i limiti di competenza e anzianità posti nella composizione delle liste, non dà le necessarie garanzie né di effettiva indipendenza né di attitudine all’incarico. A questo proposito la stessa Unione delle Camere Penali Italiane scrive: “Non si può nascondere che l’idea che debba essere il caso a selezionare i componenti di un organo di rilevo costituzionale non può che essere considerata una forma di sconfitta nella capacità democratica di selezione del merito ed al tempo stesso espressione di una rassegnazione alla impossibilità di individuare soluzioni alternative”.
E’ tuttavia il metodo con cui è stata costruita la proposta che ne mette in profonda discussione l’efficacia. Una tale modifica dell’ordine costituzionale avrebbe a buon senso richiesto la partecipazione dell’opposizione parlamentare, ma soprattutto il contributo fattivo dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), cioè di coloro che dovrebbero convintamente mettere in atto i cambiamenti richiesti.
Il testo della riforma è stato invece chiuso a qualsiasi emendamento da parte degli addetti ai lavori ed è stato blindato dall’inizio alla fine del voto parlamentare. Espressione quindi del solo potere esecutivo che ha escluso nella sua elaborazione sia il potere giudiziario che quello legislativo. Una riforma costituzionale che aggira la Costituzione.
In conclusione: l’impressione è che questa Alta Corte di Giustizia sia la classica toppa peggiore del buco. Buco che, una volta verificatane la consistenza, avrebbe a nostro giudizio meritato una soluzione più semplice, che evitasse di toccare la Costituzione, ed una ben più larga partecipazione al suo superamento.
Guido Chiesa
P.S. Dell’altra questione delle correnti e sulle prevedibili conseguenze della riforma tratteremo in un successivo articolo.