MONTAGNA
GUIDO OLIVERO - Nina abitava in fondo alla Valle Stura in una casa sopra il ponte. Una casa grande con un'ampia stalla con sopra il fienile.
Dalla stalla si poteva uscire su un terrazzo (terass) che s'affacciava direttamente sul ponte o meglio sul fiume che correva a circa trenta metri più sotto dentro ad una gola ch'era stata scavata dall'antico ghiacciaio della Valle.
In quell'orrido s'era formata nei millenni una specie di barma o meglio grotta che nei periodi storici più bui serviva agli abitanti del piccolo paese come rifugio.
Anche nelle tenebre del secondo conflitto mondiale quel pertugio venne sfruttato e Nina ebbe un ruolo non da poco.
Questa donna che nel 1944 aveva una trentina d'anni divenne una sorta di eroina e questo grazie ad un servizio molto rischioso che rendeva a chi in quel pertugio s'infilava.
La grotta non solo era difficile da raggiungere ma una volta entrati lì dentro non si poteva sapere cosa capitava di sopra, cioè sul ponte in mezzo al paese.
In quel tormentato periodo il paese era frequentato sia dalle bande partigiane che dalla 1a Compagnia della Muti (Legione fascista Ettore Muti) che avevano una importante base non distante dal paese ed inoltre anche frequentata dai soldati tedeschi che avevano eletto a dimora la casa del vecchio sindaco Barale.
In quelle contrade c'era un via vai assai vivace e spesso capitavano scontri tra bande rivali. Per tutti basta citare lo scontro tra il capo partigiano Ettore Rosa e un gruppo di Muti. Questi poco distante dal ponte gli aveva lanciato contro la propria moto e s'era salvato buttandosi giù nella riva del vallone di San Giacomo. I Muti a parte qualche colpo di moschetto e qualche bestemmia non fecero altro.
Nina sin dallo scoppio della guerra aveva capito che per chi si nascondeva nella barma lei avrebbe potuto far qualcosa di utile, anche se rischioso.
Diciamo che nei primi anni di guerra quel nascondiglio sotto il ponte non veniva utilizzato ma con lo sbandamento del 1943 ed in particolar dal 1944 sino alla Liberazione il nascondiglio assunse un ruolo importante. Nina era pronta.
Il suo moroso tutti gli anni a Natale le regalava dei mutandoni colorati che comprava in Francia, perché di mestiere faceva il contrabbandiere con i cugini d'oltralpe attraverso i Col del Ferro e una o due volte l'anno si spingeva fino a Nizza e li comprava a Nina la biancheria intima colorata.
Roba che non si trovava in Italia e tanto meno nei paesi ai piedi delle montagne Marittime.
Nina però non era abituata a portare le mutande, e in quegli anni in paese non era l'unica.
A parte ciò però lei non aveva il coraggio di mettersi quella roba così colorata.
Per non scontentare il suo moroso le custodiva con una certa cura nel suo stanzino e la notte di Natale indossava quelle di colore rosso per le quali il suo uomo sveniva.
Quella roba con i più svariati colori Nina cominciò ad utilizzarla a partire dalla fine del 1943 e poi diverse volte nel 1944.
Dal terrazzo fuori dalla stalla lei riusciva a capire se c'era gente nella tana e riusciva a vedere se arrivavano certi tipi pericolosi dalla discesa che portava al ponte.
Se c'era pericolo correva nello stanzino a prendere un paio o due paia di mutandoni e li appendeva alla ringhiera di legno del terrazzo.
All'inizio la gente del paese, ma anche qualche partigiano che ogni tanto la dentro trovava rifugio, non riusciva a capire cosa stavano a significare quelle strane braghe colorate appese lassù.
Ma dopo un po' di tempo a fronte di certi accadimenti, cioè transiti sul ponte di brutti ceffi armati e poco raccomandabili, presero coscienza e poi la voce cominciò a correre.
Ben presto tutti quelli che alloggiavano per disperazione in quel buco dentro alla roccia apprezzarono le mutande regalate dal contrabbandiere alla sua amata.
L'ammirazione in paese per Nina diventò enorme e lei ne era felice.
Anche il suo moroso ne andava fiero nonostante che la sua amata le indossasse solamente la notte di Natale.
La cosa più strana è che il servizio di Nina continuò fino alla fine della seconda guerra mondiale e in molti in paese si chiesero, sin da subito, come mai che chi stava nascosto in quel buco aveva capito e continuava a capire il valore della mutanda, mentre i tedeschi ed i muti che su quel ponte passavano spesso non avessero mai dato peso a quegli stracci colorati appesi a quella ringhiera di legno.
Alla fine della guerra quella casa venne battezzata la casa delle mutande della Nina anche se in molti sapevano che Nina le mutande, salvo a Natale, non le aveva mai indossate.
Guido Olivero