Meteo Radio Stereo 5 Euroregion Facebook Twitter Youtube Linkedin

BRA/ "E l'amore c'è ancora...": racconti dal libro di Fiorella Nemolis

BRA

Foto
Condividi FB

FIORELLA AVALLE NEMOLIS - Era l'ottobre 1965 quando Marzio e io tornammo dal viaggio di nozze un po' infreddoliti. Sulla spider decapottabile c'era il bottino del viaggio di nozze. Un po' ingombrante. Anzi, molto. Sistemato con cura dietro, sporgeva ancora sul cofano del baule. Era un bellissimo tappetto. Metà bianco e metà nero attraversato nella sua lunghezza da frecce rosse stilizzate... Ci avevamo fatto l'amore a forza di guardarlo. Ogni giorno ci fermavamo davanti alla vetrina di quel bellissimo negozio di Rimini. Non potevamo permettercelo: ottantamila lire. Quasi lo stipendio di Marzio. Ma al momento di saldare il conto della pensione pensammo a un errore di calcolo. Era meno della metà. Invece la titolare della pensione confermò: “E' l'ultima stagione, abbiamo ceduto l'attività. Quindi, ci fa piacere fare un omaggio a due sposini. Per chiudere in bellezza". Un bel modo per iniziare. Interpretai l'episodio come un segno di fortuna e prosperità.

Comprammo il tappeto. Ed eccoci finalmente a casa. Il nostro alloggio in affitto era modesto. Marzio l'aveva tinteggiato, i colori erano un po' inusuali, ovvio, per gli altri. La camera da letto di un bel verde ottanio. Spiccava il letto in ferro battuto ridipinto di rosso recuperato dalla casa di campagna della famiglia Avalle a Rosignano Monferrato. Una bellissima radice in legno, adattata da Marzio con impianto elettrico, fungeva da lampadario. E l'armadio fine Ottocento a due ante, semplice e dipinto di grigio perla con i bordi dello stesso rosso del letto. Un arredamento minimale, ma accogliente. E fu proprio in quella camera da letto che il dott. Degioannini, medico di famiglia entrò con la sua aria burbera e con quella valigetta che a me piaceva tanto. Bombata in cuoio e così originale. Non fece commenti sull'arredamento, ci conosceva, ma il suo stupore parlava. Era gennaio e non mi sentivo troppo bene. E per fortuna i medici di base visitavano ancora i pazienti a casa. Un po' di interrogatorio e poi la diagnosi: “Oh! Poura cita!”. Spaventata a morte: “Dottore cos'ho?”. Lui: “Aspetti un bambino!”.

Ero troppo piccola per sentirmi dire che ero incinta. Mi misi a piangere. Avevo paura del parto. Ne avevo sentite di tutti i colori. Donne in travaglio per settimane. Dolori atroci. Tagli cesarei. Non avevo capito tanto cosa c'entrasse Cesare. Insomma una tragedia. Mi rassicurò e poi mi chiese: “Ma non avete preso precauzioni? Sei una masnà, era meglio aspettare un po'.” Gli riferii del nostro metodo contraccettivo: Ogino Knaus. Era in voga e tutti ne erano entusiasti. Certo era complicato. Prima di entrare in intimità era meglio dare un'occhiata al calendario, massacrato con date, riferimenti, sigle. Insomma una tortura. Toglieva un po' di spontaneità all'amore. Che non fosse efficace lo scoprimmo in tanti, molte le coppie che chiamarono i figli: Gino, perché Ogino era troppo eccentrico. Così superai la paura del parto. Abbastanza e poi dopotutto avrei avuto nove mesi per abituarmici. Comunicata la notizia, i parenti gioirono. Marzio e io felici. Mi guardavo allo specchio e spiavo le mie rotondità.

A due mesi ancora non si vedeva nulla. Ma io pensavo già al look da mamma. Comprai della stoffa di un giallo tinta pulcino e quando la portai alla sarta non capii bene perché lei fosse un po' interdetta. Ma non fece commenti. Eseguì il modello seguendo per filo e per segno il mio schizzo. L'abito era decisamente premaman: plissettato, enorme. Sembravo una mongolfiera e quando mi giravo faceva la ruota. I miei genitori e mia sorella Giuliana non fecero commenti. Sarebbe stato inutile. Iniziò la mia vita da futura mamma. Con qualche inconveniente: nausea per un po' di mesi. E nei panni di donnina di casa come diceva mia madre non mi ci vedevo molto, ma mi sforzai di apprendere.

Quando mi trovavo in difficoltà chiedevo alla mia dirimpettaia di pianerottolo, la signora Sciutto, ma non sempre il consiglio era adeguato. Le chiesi  consiglio sulla porzione di riso per due persone: “Due pugni a persona e uno per la pentola” mi disse. Non capivo che c'entrasse la pentola. Eseguii. Il riso scolato nel piatto era un misero mucchietto al centro. Marzio mi guardò e capì perché quel giorno non mangiai il riso: non ne avevo proprio voglia! Però la signora Sciutto, la mia preziosa consigliera, al posto delle mani aveva due pale. Mentre io avevo ed ho ancora due manine piccine: spiegato l'arcano. Un'altra incognita per me era il bucato. La lavatrice, quella sconosciuta. Pensai alla tiritera di mia mamma che, invano, mi spiegava come dividere i panni. Più o meno misi in atto. Però un malefico calzino di Marzio di colore bordeaux mi fece uno scherzo: si infilò a mia insaputa nelle pieghe di un lenzuolo bianco. Fui molto in imbarazzo a stendere il bucato tutto lilla. Le vicine del palazzo mi guardavano già con sospetto causa il mio look un po' eccentrico per una mamma in attesa. Così, osservai senza essere vista tutti i vari metodi per stendere la biancheria. Ognuna aveva il suo stile personale. Presto ritirando il bucato compresi che la biancheria va difesa dalle mollette killer, la massacrano con segni quasi indelebili. Il ferro da stiro poi mi guardava di brutto “La vuoi smettere di pinzare le camicie proprio in mezzo? Adesso devo fare miracoli per fare sparire questi segni...”.

Così poco a poco appresi le nozioni basilari. Ogni tanto una telefonata alla mamma. Anche fare la spesa era un po' complicato, non sapevo che rispondere a certe domande: “Quanti etti le metto?” mi chiedeva il salumiere mentre affettava il prosciutto. Mi metteva in crisi, che ne sapevo io degli etti. Non avevo ancora risposto alla prima domanda e già ne faceva un'altra: "Le fette più spesse? O le preferisce sottili?”. E maremma! Che complicazione! Così risolvevo col numero di fette. Per lo spessore: facesse pure medie. Immagino cosa state pensando, che prima di sposarmi non facevo mai la spesa: indovinato! Era mia sorella Giuliana, più grande di me, a occuparsene. Io ero addetta alla commissioni più generiche, una sorta di fattorino: posta, farmacia, calzolaio, tintoria.

I mesi dell'attesa scorrevano felici, tolto qualche imprevisto: i coltelli nemici e traditori mi affettavano anche le dita. Maledette carote, patate, zucchine...! Quando Marzio rientrava a casa gli mostravo subito le ferite di guerra: e lui molto paziente mi faceva lezioni di taglio. Poco a poco migliorai. E la preparazione dei cibi? Un mondo a me completamente sconosciuto. Esercitazioni continue: con frittate finite miseramente sul pavimento. Rinunciai a girarle con gesto plateale facendole volteggiare per aria, non cadevano mai in padella. La mia specialità culinaria era: bruciare lo spezzatino, il minestrone e tante altri cibi. L'odore acre di bruciato accoglieva gli eventuali ospiti e non capivo perché reclinassero spesso i miei inviti. In compenso la pasta in bianco mi riusciva benissimo. Poco alla volta non si sentiva più l'odore acre di bruciato entrando in casa: imparai a cucinare. Finché il 21 ottobre del 1966 mia figlia Sara decise di venire al mondo. E da quel momento la mia vita cambiò di nuovo e molto.

Fiorella Avalle Nemolis 

 

VIDEO