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"Basta illusioni sul futuro di Israele: cambiare governo non basterà per costruire la pace"

CUNEO

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GUIDO CHIESA - I pacifisti-democratici di mezzo mondo confidano nella sconfitta di Netanyahu alle prossime elezioni del 27 ottobre per poter sperare nell’avvio di un nuovo processo di pace in Medio Oriente. Fanno congetture sulla composizione del nuovo governo che potrebbe essere sostenuto da partiti progressisti, partiti di arabi israeliani, formazioni miste ebraico-palestinesi (Anna Foa).

Temo si tratti dell’ennesima illusione. Come quella di chi sostiene ancora la tesi ormai superata dei due Stati. Tutti si fermano al 27 ottobre. Nessuno osa avventurarsi nella illustrazione di quello che un tal governo, anzi direi il governo più progressista possibile, potrebbe materialmente fare per avviare un reale processo di pace. Giusta e duratura.

Anche il governo più progressista possibile potrebbe innanzitutto non riuscire a contenere la spinta espansionistica dei coloni. Per farlo avrebbe bisogno dell’appoggio incondizionato dell’esercito, che dopo anni di odio e di massacri impuniti, nessuno è in grado di garantire. Non parliamo poi se si volesse sollevare il problema della restituzione dei territori occupati da parte dei coloni con la violenza e le armi. Il problema dei coloni resterà come un macigno su qualsiasi prospettiva di pace. Come si è anche potuto verificare nelle trattative tra USA e Iran.

Il governo più progressista possibile si vedrebbe poi costretto a far fronte agli attacchi diretti da parte delle formazioni estremiste di destra che, esautorate dal potere, certamente tenteranno di utilizzare la piazza per fomentare disordini. I suoi ministri dovranno, in primo luogo, muoversi con robuste guardie del corpo per evitare di fare la fine di Rabin. Occorre ammetterlo: la violenza è ormai tragicamente endemica nella società israeliana e non basterà il tempo di una legislatura per sgominarla.

Dovendosi ritirare dai vari fronti di guerra il governo più progressista possibile avrà il problema di congedare, trovare un lavoro e reinserire nella vita civile molti giovani che negli ultimi due anni hanno vissuto esperienze traumatiche e hanno agito in regime di pressoché totale impunità. Impresa non così semplice dovendo smantellare anche quella parte di tessuto industriale che è stato riconvertito in una formidabile macchina da guerra.

Al governo più progressista possibile si porrà poi il problema di far fronte alle esigenze della popolazione di circa 2 milioni di abitanti di Gaza che oggi vivono in tendopoli fatiscenti. Sarà quindi costretto a destinare parte delle risorse economiche alla ricostruzione di quel territorio senza perdere il consenso della popolazione che l’avrà votato.

E’ un elenco terribile, da far tremare i polsi a chiunque. I pacifisti-democratici dovrebbero prender atto che anche il governo più progressista possibile difficilmente avrà la forza di affrontare questa situazione a meno che non sia messo nelle condizioni di dovervi far fronte varando provvedimenti che non avranno evidenti alternative. Provvedimenti che il suo popolo sarà costretto a subire, pena una devastante crisi economica, come prezzo per poter vivere finalmente in pace.

Per creare queste condizioni, per poter vedere Israele ricondotto nell’alveo del Diritto internazionale, per poter processare i responsabili della pulizia etnica attualmente in corso davanti al tribunale dell’Aja, credo sia inevitabile che l’Unione Europea vari una serie di sanzioni economiche tali da convincere il popolo israeliano ad abbandonare definitivamente la violenza con la quale si è illuso di poter conquistare un futuro per le generazioni a venire.

E spero francamente che i pacifisti-democratici del nostro paese, se veramente hanno a cuore la pace nel Mediterraneo, la smettano di alimentare illusioni e appoggino senza riserve il piano di sanzioni economiche a Israele che l’Unione Europea ha, a mio giudizio, il dovere di approvare. Anche, e soprattutto, in presenza di un governo disposto a intraprendere una nuova strada.     

Guido Chiesa       

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