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Attenzione al ritorno della violenza: tre esempi su come possiamo opporci

CUNEO

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PIERCARLO BARALE - Uno degli ultimi reduci della Shoah, Alberto Sed, è deceduto all'età di 91 anni. Aveva vissuto, con la madre e le sorelle, ad Auschwitz, dall'età di 15 anni, quello che ha definito un inferno ben più crudele di quello dantesco. Quando, nel 2006 ha deciso di narrare quanto avvenuto, lo ha fatto perché il mondo non dimenticasse. Temeva l'oblio sulla memoria dell'olocausto, con la scomparsa di quanti potevano testimoniare tanta ferocia. Ha spiegato la sofferta decisione di testimoniare, con queste parole: "Io, come tanti, ero rimasto zitto per tutta la vita perché sapevo che parlare significava non essere capiti e magari finire al manicomio o da uno psichiatra a farsi imbottire di pillole". Altri, come Primo Levi, temevano di non essere creduti e non accettavano di essere sopravvissuti di fronte all'annientamento di milioni di esseri umani deportati, torturati ed uccisi. Come se l'essere ritornati costituisse un privilegio nei confronti di quelli - la stragrande maggioranza dei deportati - che avevano perso la vita nei forni crematori nelle marce della morte, nei lavori forzati nelle miniere o sotto il bisturi di Mengele, come cavie umane.

Jean José Saer, tra i maggiori scrittori argentini, vissuto dal 1937 al 2005, nel libro: "Il fiume senza sponde" - titolo originale: "El rio sin orillas", edito da "Le nuove frontiere", da pochi giorni in libreria, spiega, da testimone diretto, le cause dei massacri avvenuti in Argentina negli anni '70 con i militari al potere. E' il periodo tristemente noto come dei "desaparecidos". Nei confronti dei militari al potere, così si esprime alle pagine 193 e seguenti. “Negli orribili anni settanta (i militari) seminarono non solo la rovina, il crimine, l'obbrobrio, ma anche una specie di sospensione della realtà; non voglio dire che le atrocità che commisero non fossero reali, ma che per alcuni anni la maggior parte degli argentini non riuscì a formarsi una rappresentazione esatta di sé. Poiché i vecchi miti rassicuranti erano svaniti, diventammo dei fantasmi. .....La maggior parte della gente negava offesa tutto quello che stava succedendo e anche quelli che lo sapevano o ci credevano, non tutti ma tanti, non sapevano come gestire quel sapere o quella certezza. ....Ecco una frase che si sentiva spesso: "Una cosa come questa non può succedere in Argentina". ...I carnefici argentini si consideravano redentori, rigeneratori, pedagoghi. Torturavano suore, ma poi andavano a messa; uccidevano giovani, ma volevano inculcare nella gente l'idea di pace, lavoro, armonia familiare; l'obiettivo dello sterminio, per il quale si permettevano le trasgressioni più bestiali, era la rigenerazione della società".

Quanto avvenuto nella ex Jugoslavia, a due passi da noi, con gli aerei carichi di bombe che partivano dalle basi Usa e Nato nel nostro territorio, pareva l'impossibile da succedere. Invece, è stata una carneficina. Famiglie vicine di casa o residenti nello stesso condominio sono diventate feroci avversarie per motivi etnici, politici, religiosi. Abbiamo assistito in diretta televisiva. Anche il genocidio degli Hutu per opera dei Tutsi in Africa, nonostante la vigilanza dell'Onu, parve incredibile. Ma non abbiamo saputo evitarlo, prevenirlo. Sempre più frequentemente - vedasi quanto è avvenuto a Dresda - rigurgiti di fascismo, nazismo, razzismo e suprematismo ci preoccupano e ci obbligano ad essere vigilanti. Dobbiamo evitare ritorni di tristi epoche, non troppo lontane. L'antisemitismo che avrebbe dovuto sparire dopo l'olocausto è ben presente nella Germania, nei paesi a tendenza suprematista, negli stadi nelle curve occupate in parte non da sportivi convenuti per assistere all'incontro, ma per menare le mani e insultare i giocatori di colore. Il clima politico con la quotidiana e persistente semina di odio, di populismo irresponsabile, è terreno fertile per condizionare le menti più deboli e recettive di tali insegnamenti...

Piercarlo Barale

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