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Sull'unità della sinistra attorno a Grasso l'unica certezza è che toglierà forza elettorale a Renzi

CUNEO

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PIERCARLO BARALE - Manca la "fraternità" nell'ultima edizione delle scissioni della sinistra nostrana. Non solo per evitare il "plagio" del logo della Rivoluzione francese, tradottosi nel principio fondante della Costituzione d'Oltralpe. Sarebbe stato ridicolo introdurlo, viste le motivazioni che hanno portato alla nascita della nuova consociazione di sinistra. Il coagulante è stato l'antirenzismo, tale da lasciare la casa madre - il Pd - per puntare al 10 per cento, come lo stesso D'Alema ha spiegato.

La Dc aveva ben altra visione: le correnti, spaziavano tra la destra e la sinistra, pronte però ad unirsi sui progetti di governo, con una accettata ed opportuna disciplina di partito, al momento del voto e della effettiva condivisione nella fase legislativa e poi attuativa.

Dal discorso, che si può definire "neutro", di Grasso, peraltro ancora nella duplice posizione di presidente del Senato e leader della nuova formazione, emerge nulla di programmatico, di pratico, di comprensibile da parte degli elettori, ormai refrattari alle dichiarazioni di intenti, tanto frequenti quanto inutili. Si è vista una sfilata di vecchie conoscenze, molte con astio ben espresso nei confronti dell'ex premier. Altre, portatrici di desideri di ritorno al Pci, come se la società - soprattutto gli elettori nauseati - fossero sensibili a queste sirene stantìe. Rinnegano la riforma del lavoro, che avevano condiviso e votato per evitare la bancarotta dello Stato.

Ora vorrebbero modificare tutto, compresa la riforma costituzionale da noi stessi offerta all'Europa, che l'aveva richiesta, dell'obbligo del pareggio di bilancio. Dimenticano l'enorme debito pubblico che hanno contribuito ad elevare ed invocano modifiche ad un sistema pensionistico, che non può evitare la corrispondenza tra le pensioni erogate ed i contributi incassati. Accentuare la progressività fiscale - prevista dalla Costituzione - suona ridicolo soprattutto per i ceti produttivi, già sufficientemente tartassati, nell'incapacità di combattere effettivamente l'evasione e l'elusione.

Questa nuova formazione non comprende peraltro la sinistra, ancora rossa, che vorrebbe un ritorno ad un similcomunismo, che ci è stato evitato solo grazie alla Dc di allora e che è fuori dal tempo. Quella sinistra radicale, che ha affossato per due volte Prodi, nel tentativo di portare il Paese a traguardi di produttività e maggiore equità tra le varie componenti societarie. Non è stato possibile a Prodi. Renzi ha trovato - anche grazie al suo carattere orgoglioso e saccente - opposizione più a sinistra che al centro. Del quale desiderava essere alfiere, con una non troppo accentuata indicazione verso la sinistra. Rifletteva - oggettivamente - quella che è la tendenza nazionale, che ben aveva espresso la vecchia Dc gli italiani che si riconoscono - nella varietà delle sfumature sociali - in un centro. In due occasioni è stato rappresentato da Prodi ed altrettanto da Berlusconi. La sinistra "rossa" così come la destra salviniana e meloniana sono minoranze che non governeranno. Non saranno chiamate dalla maggioranza risultante dal voto di un terzo degli elettori.

La vera maggioranza - lo si è visto in Sicilia - non dà fiducia ai partiti e movimenti. Resta a casa. Il Pd, senza scissioni, con un leale accordo con altre componenti di sinistra, avrebbe potuto governare. Ora non più.

Piercarlo Barale

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