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"L'immagine del ponte Morandi diffusa in tutto il mondo è quella di un Paese che sta crollando"

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GUIDO CHIESA - Il crollo di un ponte non è un accidente naturale, come un terremoto o un uragano, contro i quali l’uomo non può fare altro che difendersi come meglio può. Nel caso di crollo di un ponte non esistono né fatalità, né fattori imponderabili: un ponte è opera dell’uomo e la sua gestione è univocamente e totalmente sotto la sua responsabilità. La magistratura indagherà sul crollo del ponte di Genova e individuerà le persone in capo alle quali erano le varie responsabilità. Con tutta la calma e la ponderatezza necessarie. Tuttavia permane tra gli addetti ai lavori una forte perplessità su tutta la vicenda.

Da quanto sino ad ora pubblicato non risulterebbe infatti sia stata fatta da alcuno l’analisi del rischio del ponte Morandi. O che, se tale analisi è stata fatta, non sia stata resa pubblica, soprattutto ora che si stanno analizzando tutte le relazioni e i rapporti elaborati dagli esperti che sono stati via via consultati. L’analisi del rischio è un metodo ormai entrato nella buona pratica di progettazione di talune grandi opere, in particolare le centrali nucleari.

E’ il metodo che dovrebbe essere adottato per stabilire le priorità di intervento sulle infrastrutture soggette a degrado. Si individua l’evento catastrofico da evitare e se ne ricercano le possibili cause. Si valutano successivamente le probabilità che queste cause si materializzino e gli effetti, sociali, economici e finanziari, che l’evento catastrofico causerebbe. Da ultimo si ricercano le soluzioni che limitano quanto più possibile i danni, a costi compatibili con l’importo delle opere.

Il rischio è definito come il prodotto della probabilità che l’evento accada per la gravità degli effetti. Nel caso di grandi opere si tratta solitamente di un prodotto tra un numero molto piccolo (la probabilità) e un numero piuttosto grande (gli effetti). Il che porta ad un valore di rischio minimo perché un numero, ancorché molto grande, moltiplicato per un numero prossimo allo zero, dà un valore, in ultima analisi, accettabile.

Un esempio di scuola è l’analisi fatta per le grandi dighe. Si ipotizza l’evento estremo del crollo subitaneo della diga (non è questo il caso del Vajont), si analizzano gli effetti dell’onda di piena che ne consegue per trarre utili indicazioni su come minimizzare gli effetti sul territorio a valle. Ne consegue un rischio infinitesimo in quanto le probabilità del crollo subitaneo della diga sono praticamente nulle e gli effetti minimizzati.

Nel caso del ponte di Genova l’incidente catastrofico da evitare era evidentemente il suo crollo. La causa: la rottura di un tirante. Le probabilità che un tirante cedesse non erano per nulla trascurabili, come appurato dalle numerose ispezioni. La gravità degli effetti era facilmente prevedibile e ora è sotto gli occhi di tutti: non solo in termini di vite umane - che già solo questo porta ad un valore immenso la gravità delle conseguenze del crollo - ma in termini economici sul futuro della città, di interruzione di trasporti internazionali, di costi di ricostruzione e, non ultimo, di affidabilità del nostro stesso Paese.

In ultima analisi, anche solo a livello qualitativo: rischio elevato. In realtà, dall’analisi sarebbe emerso un quadro ancor più preoccupante di quanto è in realtà poi successo. In primo luogo perché i tiranti sottoposti a corrosione erano 8 e non uno solo: circostanza questa che avrebbe costretto a moltiplicare per 8 la stima della probabilità che se ne verificasse la rottura. In secondo luogo perché si sarebbe dovuto considerare la possibilità che a crollare fosse la campata sovrastante le case, con un numero di morti ben superiore a quello che si è verificato.

In sintesi: se qualcuno avesse fatto l’analisi del rischio, non avrebbe potuto fare a meno di lanciare un grido d’allarme ben più forte e categorico delle relazioni dei consulenti della società Autostrade e delle relazioni di ispezione del Ministero. Si sarebbe necessariamente reso conto che il rischio che stavano correndo gli utenti dell’autostrada, i cittadini di Genova e il Paese tutto era semplicemente spaventoso.

Avrebbe potuto, e dovuto, richiedere una procedura d’urgenza per la messa in sicurezza dei tiranti. Avrebbe potuto, e dovuto, richiedere che fossero presi gli opportuni provvedimenti per ridurre il traffico e, conseguentemente, il carico sui tiranti, in modo da acquisire il tempo necessario per metterli in sicurezza. Avrebbe potuto, e dovuto, richiedere che fosse studiato un sistema d’allarme - anche se tutt’altro che facile da implementare - in grado di bloccare il traffico in caso di anomalia: sarebbe infatti bastato un semaforo rosso 30 secondi prima del crollo per evitare la morte di decine di persone.

Se l’analisi del rischio non sia stata fatta o, se fatta, sia stata in qualche modo "secretata" è una domanda in merito alla quale la libera stampa dovrebbe indagare e collaborare a dare una risposta. Il fatto che questo aspetto della vicenda non sia ancora ad oggi conosciuto dall’opinione pubblica fa nascere molti interrogativi sulla competenza e sul comportamento di tutti coloro che hanno avuto a che fare con quel ponte: tecnici della società concessionaria, tecnici del Ministero addetti ai controlli, i consulenti degli uni e degli altri, i politici che hanno avallato dichiarazioni e comportamenti di soggetti in palese conflitto di interesse senza domandarsi qual era la loro affidabilità.

La Magistratura indagherà e addiverrà alle sue conclusioni. All’opinione pubblica toccherà assistere al solito avvilente spettacolo dello scarico di responsabilità. Tuttavia, qualunque siano le conclusioni delle indagini in corso - che magari assolveranno alcuni dei protagonisti per il fatto di aver formalmente rispettato tutte le norme esistenti - la sentenza di condanna per i soggetti sopra citati dovrebbe venire, in primo luogo, dalla loro coscienza professionale. Che dovrebbe imporre loro di dare le dimissioni immediate dai posti di responsabilità occupati per non essersi assunti le responsabilità che avrebbero dovuto, e saputo, assumersi.

In conclusione, a Genova non è crollato solo un ponte: è crollata la fiducia che gli italiani pensavano di poter avere nei loro ingegneri, nelle loro Università, nello Stato, nelle Aziende concessionarie. E sta crollando la fiducia che gli stranieri avevano nel "genio italico", di cui conoscono la creativa sregolatezza, ma di cui ammiravano la capacità di risolvere problemi complessi. Anche questi effetti sarebbero dovuti entrare nel conto dei danni. Purtroppo ora non ci resta che prendere atto che l’immagine del ponte Morandi crollato è diventata l’immagine di tutto il Paese. Che sta crollando.

Guido Chiesa

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