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Pasquetta a Bra: ancor più bello andar da grandi sulle giostre

BRA

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FIORELLA AVALLE NEMOLIS - Ma quanto è bello, a Bra, andare per giostre da grande. E' mattina presto le giostre dormono ancora. Spunta un raggio di sole e si riflette sui cavallucci della giostra dei bimbi. E' Pasquetta. Nella grande piazza Spreitenbach di Bra mi aggiro con Marzio.

Non resisto, mi siedo dentro una macchina dell'autopista. E' tutto fermo, c'è l'addetto che le lustra.

Pronte per iniziare. Nostalgia? No. Niente nostalgia. Piacere nel ricordare. Appena trasferita a Bra nel 1961, vissi la prima Pasqua alla scoperta delle tradizioni. Le giostre, i baracconi le chiamavano così, erano allestite nella piazza XX Settembre.

Nel cuore di Bra. Alle spalle l'Ala sul corso Garibaldi, con la bellissima chiesa dei Battuti Bianchi( Chiesa S.S Trinità ).

Poco più in là, la chiesa dei Fratini (Santa Maria degli Angeli). E poi il colpo d'occhio al fondo con la maestosa chiesa di Sant'Andrea del Bernini.

Ma, io tredicenne, non facevo tanto caso alle bellezze architettoniche. Il mio cuore batteva per le giostre. Mi emozionavo ancora alla vista di quella piazza colorata e rumorosa. Un concerto piacevolissimo di suoni contrastanti. Le musichette delle giostre per bimbi, mischiate ad altre. Le voci dagli alto parlanti dei giostrai che invitavano a salire.

Ma, inconfondibile il fracasso dell'autopista. Quei botti delle auto che si scontravano mi acceleravano il battito del cuore. Non vedevo l'ora di salirci. Con me c'era la mia amica Luisa Bertello, la prima con la quale strinsi amicizia a Bra. Lei, era snella e più alta di me. Portava i capelli, di un bel castano chiaro, lunghi e dritti sulle spalle. Era il taglio alla Francoise Hardy. La cantante di “Tous les garcons e le filles de mon age, se promenes....” ecc..” Aveva ed ha ancora, un sorriso dolcissimo e luminoso: denti perfetti, bianchi. Perfino lucidi.

Sempre invidiati! Indossava un leggero soprabito di renna, tinta marron glacè. Gonna a pieghe scozzese a quadri blu e verdi, gemelle blu (maglia con maniche corte e sopra maglia con maniche lunghe). Da me sempre cordialmente detestate. Preferivo un bel maglione. Quante storie! Addirittura due maglie, una in più da infilarsi al mattino e sfilarsi alla sera. Calze chiarissime. Tinta gesso. Quelle con quel bordo doppio in cima, robusto per pizzicarle e tenerle su con l'orribile reggicalze. Terribili a vedersi quei pezzi di elastico ciondolare a cui si reggevano le calze. E quel tratto di coscia scoperto! Seppi poi, che ai maschietti questa antiestetica mise feudale, piacesse molto. Mi spiegarono dopo il perché. Infatti l'avvento del collant non fu accolto con simpatia. E nei piedi i famosissimi mocassini blu, con un tacco basso e largo.

Anch'io indossavo la gonna scozzese, in cui primeggiavano il rosso e il giallo, separati da un rigoroso nero. Era dritta. Lunga sotto il ginocchio. Attillatissima. Incollata al corpo. E con spacco profondo dietro, che scucivo ogni due giorni. Passi troppo lunghi o gonna troppo stretta? Ambedue. Mamma Gina aveva escogitato un triangolino di stoffa cucito in cima allo spacco per rafforzarlo. Maglione di lana spessa nero. Un materasso. Collo alto, risvoltato due volte. Calze velate di una disgustosa tinta mandarino. Era molto di moda. E scarpe nere tacco a spillo 8, scollate, con due listini incrociati.
Taglio di capelli corto, alla Rita Pavone.

Queste due ragazze, una tenera e classica, l'altra spavalda e un po' eccentrica eravamo noi: Bertello e Nemolis. Amiche per la pelle.

Il rito per approcciarci al divertimento alle giostre era, prima di tutto, supplicare le nostre mamme per darci qualche soldino. La mamma di Luisa era più generosa. La mia, meno. Pretendeva che me li guadagnassi con qualche lavoretto in casa. Preferivo arrotondare con po' di cresta sulla spesa.

Comunque, radunato l'incasso ce lo spartivamo. La sua paghetta settimanale era fondamentale. Babbo Mario, che della paghetta non ne voleva sapere, diceva che era già fin troppo mantenermi. Così io, già con sviluppata mentalità commerciale, mi ingegnavo facendomi pagare le commissioni più antipatiche e noiose: quelle negli uffici. A volte mia sorella Giuliana si impietosiva e mi faceva prestiti, ben sapendo che sarebbero diventati insoluti certi.

Così arrivava il pomeriggio delle giostre. Raggiungere l'autopista era un'impresa. Tra la folla: grandi e piccini per mano, o in braccio. Tutti che strillavano: bimbi, grandi e giostrai. Vedevo appena i palloncini che galleggiavano in alto, legati al polso del venditore. E qualcuno volare guizzando dispettoso in cielo, sfuggito di mano a un bimbo, e il suo pianto disperato. Maschiacci, che urlavano a rincorrersi. Questo era il lato fastidioso per me. Pestate di piedi, spallate, spintoni. Luisa faceva da apripista. Alta, vedeva tra la folla e mi guidava.

Per mano. Per non perdermi, vacillante sui miei tacchi a spillo. Giunte al bordo pista, si procedeva alla scelta dell'auto. Già, per dare più sapore al divertimento cercavo la più colorata, se possibile con del giallo. E poi ci balzavamo dentro. Bé, il mio balzo era un po' incerto. Infilarmi nell'abitacolo piuttosto angusto, con la gonna strettissima, mettevo a serio rischio lo spacco. I tacchi poi, non agevolavano la manovra. Ma Luisa, stabile sui suo mocassini, saliva per prima, e poi rassicurante: “Vieni Nemolis. Afferrami la mano.”

Sedute, trepidanti iniziavamo la nostra battaglia. Prendevamo di mira un'auto con cui cozzare. Sempre con maschietti a bordo, con almeno uno che ci piacesse. Di solito erano male accoppiati, uno bello, l'altro brutto. Insomma prendevamo certe botte. A volte capocciate su quell'asta di acciaio dietro. Che faceva inquietanti scintille. Insomma si andava avanti per ore. E quando quel suono di clacson gracchiante annunciava la fine della corsa, era sempre troppo presto.

L'andatura delle auto era veloce e con i colpi secchi, anche se attutiti dai paraurti di gomma, i capelli lunghi e fini di Luisa si scompigliavano. Ma lei, classica e dolce, non si scomponeva. Con la sua spavalda ed eccentrica amica Nemolis accanto si divertiva da matti. Alla guida un po' per uno. Tante battaglie con i maschi, e tanti ammiccamenti di noi femminucce. Maliziose. E le risate! Però, le giostre che passione!

Fiorella Avalle Nemolis

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